
1862: Claude Debussy nasce a St.-Germain-en-Laye
1883: Alfredo Casella nasce a Torino
1883: Anton Webern nasce a Vienna
1893: Debussy compone il Quartetto op.10
1905: Webern compone il Langsamer Satz
1913: Britten nasce a Londra
1918: Debussy muore a Parigi
1920: Casella compone i 5 Pezzi
1945: Britten compone il Quartetto op.36
1945: Webern muore a Mittersill
1947: Casella muore a Roma
1976: Britten muore ad Aldeburgh
Se vi è mai capitato di incontrare qualcuno che avevate l'impressione di aver già conosciuto, oppure di essere già stati in un posto dove, verosimilmente, non eravate mai stati prima, capirete ciò che voglio dire. Se c'era un ideale che era sepolto dentro di voi del quale non avevate mai visto i contorni, se avevate una vibrazione dentro di voi che improvvisamente scoprite nel suono di un violinista, saprete quello che mi è successo quando abbiamo cominciato a provare il Langsamer Satz.
Era un pezzo di cui avevo sentito parlare ma, come purtoppo raramente succede, vista la tempesta sonora alla quale ognuno di noi è sottoposto, non mi era ancora successo di incapparvici. Avete mai sognato di sentire la Decima Sinfonia di Beethoven? Ecco, semplicemente il Langsamer Satz (o qualcosa di molto simile) era già dentro di me, era come se Webern me lo avesse solamente mostrato. Non è presunzione, forse in effetti succede sempre così con le cose che sarai destinato ad amare.
Per inquadrare il personaggio, bisogna che vi racconti che Webern nacque nel 1883 a Vienna da una famiglia nobile originaria di Salorno, in provincia di Bolzano e, dopo aver fatto un primo tratto di studi, divenne allievo di Arnold Schoemberg e trovò la sua forma di espressione in una concentrazione del linguaggio che non ha eguali nella storia della musica.
Le sue opere vennero messe al bando durante il nazismo - il che è già una garanzia di qualità - bollate dal titolo di Entartete (degenerate), e non ebbero alcuna diffusione prima della guerra, per essere scoperte immediatamente dopo: la sintesi estetica operata da Webern rappresenta difatti probabilmente una rivelazione fra le più alte della spiritualità in musica, ed assurse di conseguenza quasi a fenomeno culturale.
Nella "Philosophie der neuen Musik" di Th.W.Adorno, pubblicata nel 1949, l'arte di Webern veniva presentata ancora come una conseguenza esasperata ad absurdum della dodecafonia schoemberghiana: "Webern non compone più: ciò che resta della sua maestria è il silenzio". La sua musica non appariva solo come la conclusione di un'epoca della storia musicale, ma come una manifestazione preannunciante virtualmente la fine della stessa musica europea.
Ma ce lo facciamo raccontare da lui, quello che pensava, perchè le sue stesse parole mi sembrano bellissime: "Quello che chiamiamo opera d'arte non è in fondo che un'opera della natura universale. Le più alte opere d'arte sono insieme le più alte opere della Natura prodotte da uomini secondo leggi vere e naturali. Tutto ciò che è immagianario e arbitrario crolla: qui è la necessità, qui è Dio. Io intendo per Arte la facoltà di esprimere un pensiero nella forma più semplice, cioè più comprensibile. In questo senso non posso considerare il Pater Noster come qualcosa di opposto all'arte, ma come il suo più alto modello. Poichè qui è raggiunta la massima comprensibilità, chiarezza e univocità. D'altronde non ho mai capito le distinzioni fra romantico e classico, nè mi sono mai contrapposto ai maestri del passato. Mi sono solo sforzato di seguire il loro esempio: raffigurare nel modo più chiaro possibile quello che mi è concesso di dire." Strawinsky (in effetti il grande assente della serata) disse di lui: "Un giusto della musica, un vero eroe condannato ad un totale insuccesso in un sordo mondo di ignoranza e d'indifferenza, che continuò inesorabilmente a tagliare i suoi perfetti diamanti".
L'opera presentata questa sera, scritta nel 1905 e ritrovata postuma negli anni sessanta, precedente al suo incontro con Schoemberg e alla svolta dodecafonica, si ritrova un fremito quasi ancora adolescenziale, nel quale però già si preavverte (in musica e in generale nelle arti non è infrequente questo captare prima quello che succederà) un sentore del disfacimento che di lì a poco avrebbe provocato la grande crisi della cultura e della società europea, sfociato nel crollo delle monarchie, nella ricerca di nuovi ideali e nel dramma massimo del nazismo e dello stalinismo. Webern, uomo di frontiera, avverte l'attrito fra i vecchi ideali di un'Austria Felix e il nulla, e riversa in questa pagina magistrale tutta l'inquietudine che si ritrova in Canetti, in Musil, in Kokoschka. Lo struggente tema iniziale, intriso al tempo stesso di speranza e disperazione, è ripreso più volte dai quattro strumenti, alternato ad elementi più positivi e sereni, che però immancabilmente si interrompono per tornare in maniera inesorabile al sentimento iniziale, vinto solo nel finale da un raggio di luce, da un momento di speranza.
Britten
Nell'ormai lontano 1996 il quartetto Amadeus ci invitò ad un corso ad Aldeburgh. Il nome non ci diceva niente (e anche dopo averne ascoltato attoniti l'esatta pronuncia le cose non migliorarono: per noi "Olbra" era difatti altrettanto sconosciuto).
Arrivati a destinazioine capimmo il perchè della scelta di questo posto: tutto il complesso, composto da vari edifici sparsi nella campagna inglese, era il posto dove Britten aveva abitato e che nell'arco di vari anni aveva lentamente ristrutturato, e il luogo dove, insieme al Quartetto Amadeus, egli aveva lavorato alla genesi del Secondo Quartetto, scritto espressamente per loro. Del posto ricordo l'Oceano di fronte a noi che finiva nella immancabile bruma inglese, i muretti di pietra a secco che dividevano i verdissimi prati digradanti, una bellissima sala da concerto - probabilmente una struttura protoindustriale ottocentesca in mattoni - e la biblioteca di Britten, tutta in legno e vetro, luminosissima. E gli Amadeus ci parlavano di questo genio solitario e leggermente misogino, mostrandoci le sue foto mentre giocava col suo cane nella nebbiosa battigia.
Sono proprio questi i paesaggi che ti vengono in mente ascoltando questo quartetto dai lineamenti celtici e dalle atmosfere rarefatte. Britten elaborò nei suoi lavori molte delle correnti che attraversarono la scena musicale
europea del 20o secolo "Scrivo volenteri musica d'occasione - disse una volta -: musica per bambini o da film, musica per il teatro o per la radio, e provo a riempire col mio vino migliore la giara che mi viene data".
Malgrado la struttura formale di questo quartetto sia assolutamente classica, esso si differenzia totalmente da qualsiasi altra composizione che io conosca: nel 1o movimento l'attenzione alla cellula tematica è rigorosa, ma lo svolgimento è svincolato da qualsiasi regola compositiva, e segue una sorta di energia interna che lo sviluppa per sovrappposizioni.
Lo scherzo è di una esaltante motricità e la Passacaglia finale rende omaggio alla tradizione inglese che, da Purcell a Elgar, ha sempre ritrovato in questa forma le sue radici.
Casella
Allievo in Francia di Faurèe, Casella fu un po’ lo specchio italiano dei travagli musicali europei dell'inizio del secolo, delle sue crisi linguistiche, formali, spirituali e morali.
Musicista colto e curioso nonché didatta appassionato, Casella si staccò quasi subito dal linguaggio impressionista che aveva assorbito negli anni della sua permanenza a Parigi, e cercò di dare, per così dire, una traduzione italiana ad ogni linguaggio col quale veniva in contatto, e questo ben prima che l'esaltazione della italianità divenisse articolo di dogma e di rima obbligata d'ogni canzone.
La sua adesione al fascismo non fu scevra di drammi, vista l'origine ebraica della sua consorte, e provocò nel contempo l'esclusione delle sue partiture dalla scena musicale italiana per un lunghissimo periodo nel dopoguerra.
I 5 Pezzi, scritti nel 1920, iniziano con un movimento di grande energia motorica, seguito da una Berceuse, esempio di una serie di pagine "cullanti" in movimento di 6/8, quasi un ricordo di una vita anteriore, ancestrale, che è un tema ricorrente della poetica caselliana. Segue quello che è il movimento più caratteristico e in effetti più centrato della raccolta, il Walzer, intriso di elementi circensi e di citazioni strawinskiane (non è difficile intravedere un tributo di Casella alle atmosfere della Partitura di Petruska, quali la raffinata scalcinatezza dell'impianto, le interferenze tematiche provenienti dai baracconi vicini, gli echi di giostre e profumi di zucchero filato). Segue un Salmo funebre dal carattere scarno e dalle vibrazioni sinistre e un divertene Fox Trot.
Debussy
Debussy, probablmente il più puro esempio in musica di ciò che fu in pittura il fenomeno impressionista, era figlio di un vecchio soldato di marina, divenuto mercante di maioliche e in seguito impiegato: Claude sarebbe dovuto diventare, secondo la volonà paterna, un marinaio.
Penso che spesso ci siano degli avvenimenti, delle luci, degli incontri che poi, quasi per una sorta di carsismo, riemergono nel corso della nostra vita e spesso ne diventano una componente fondamentale. Nel caso di Debussy fu proprio l'acqua, simbolo di purezza, l'elemento in cui egli si mosse in un vincolo di segreta e profonda affinità, partendo, o arrivando alla fine di questo percorso a quello che penso ne possa esser considerato il nocciolo, l'atomo primario: la scala pentatonica. Comune a ogni civiltà arcaica, questa modalità, con il pudore che la contraddistingue, rifugge dal superare il quinto grado nel giro delle quinte per non incappare nel semitono. Perchè il semitono, il più piccolo intervallo della scala occidentale, questo piccolo organismo all'apparenza inoffensivo, è probabilmente la cellula musicale in cui sono racchiuse tutte le tensioni vitali: è la scintilla della conoscienza, la carezza all'assoluto, il brivido della vicinanza massima, l’ultima tensione, la massima sopportanile prima del collassamento nella nota vicina. E dove ci sono delle tensioni prima o poi arriveranno le distensioni. E di conseguenza, inevitabilmente e in maniera drammaticamente naturale, la morte del processo, provocata e prannunciata da questo minuscolo organismo.
Sempre acqua intravedo intorno alle reminescenze e alle fantasie esotiche delle musiche del francese (ascolterete il 3o movimento, e vi verranno sicuramente in mente le tele di Gaugin), quasi un libro di bordo di un navigatore solitario, album di ricordi delle visite del giovane Debussy al Campong giavanese dell'Exposition Universelle del 1889. E' come un tastare, un sentire il suono, alla maniera dei praticanti del lontano Oriente.
E in effetti la novità della parola di Debussy non è legata alla sperimentazione di accordi nuovi, quanto all'uso sorprendante e inaudito della successione di accordi perfetti, non più legata ai canoni classici delle cadenze tradizionali, bensì legati secondo le suggestioni della melodia fondamentale che assicura e mantiene il filo logico del discorso.
Il secondo elemento paterno che io intravedo nella tematica di Debussy è quello dell'arabesco, che mi piace pensare derivare dalla seconda attività del padre, quella di mercante di maioliche, appunto. L'arabesco, sottile combinazione di motivi floreali e geometrici, tradotta in musica nella seduzione della linea ornata già nella vocalità gregoriana, è ripreso da Debussy quasi come devozione agli schemi dei maestri rinascimentali, da Palestrina a Bach, da Couperin a Rameau.
"Dunque questo è tutto? È troppo modesto" diceva Richard Strauss, la cui musica si poneva all'esatto opposto culturale del francese, in quale rifuggiva dai clamori dell'eroismo e della magniloquenza. D'altronde bisogna ammettere che la via francese alla grandeur iniziata dai vari Rabelais, Molière, Berlioz e Bizet era difficile da condividere e da proseguire con sincerità.
Di questo quartetto, scritto nel 1883, lo stesso anno in cui ebbe inizio la scrittura del Pelleas et Mèlisande, voglio solo ricordare la struttura che imbastisce tutto il lavoro nello svolgersi dei quattro movimenti, che consiste nelle tre note iniziali sol, fa, re.