
Primo movimento
Tutti conosciamo il ghiaccio. Toglierlo dal parabrezza. Succhiarlo da bambini. Scivolarci sopra. Grattarlo dal frigorifero. Qualcuno ci pattina sopra, come facevo io da bambino giocando ad Hockey (è vero, lo so, non è uno sport da violinista, ma mi piaceva quasi sopra ogni altra cosa imbottirmi in tutte quelle protezioni ed avventurarmi così protetto nella mischia dell'umanità). Se uno ti chiede qual è il suono del ghiaccio gli rispondi è lo scricchiolare delle pozzanghere gelate quando ci cammini sopra, oppure il fischio inquietante dei pattini. Se proprio ti capita quello molto curioso: il suono che fanno le stallattiti di ghiaccio quando con prudenza le si percuote senza che si rompano.
Quando uno ti chiede qual è il suono di Verdi ti viene in mente: a) le frustate del Dies Irae b) le piccole note dei violini quando Desdemona parla di Pleiadi ardenti c) l'un parapappapappapà delle vitali cabalette delle prime opere. Ma sia il ghiaccio che Verdi avevano per me in serbo una sorpresa.
Fine marzo, chiesa di Länna, in Svezia 75 chilometri a NO di Stoccolma, nove di sera, abbiamo finito di registrare il Quartetto di Verdi. Il lago che comincia dove finisce il cimitero che avvolge la chiesa del paese (altre 5 case e il paese è finito) è ancora ghiacciato. La temperatura a quest'ora di sera si abbassa ancora, e lei quel ghiaccio sembra si diverta a torturarlo, lo tende, lo piega, lo inarca, lo ruota, lo sfibra. E lui urla. Sì, lui, il ghiaccio! Come un animale nella frenesia dellĠamore, come nello strazio del desiderio della luna, come nella reazione al dolore fisico. E' un rantolo, un fischio sordo, un grido. Mai sentito niente di simile, giuro. E' la parola sconosciuta della natura.
E così anche col quartetto di Verdi, la prima volta che lo senti non capisci cos'è: abituato come sei a vederlo vestito coi colori della sua terra, improvvisamente il blu scuro del blazer ti disorienta. Epperò te lo ritrovi subito, con i suoi moti del cuore, le ambiguità delle pulsioni del genio. E allora immaginate un condottiero scuro di pelle, la sua sposa dalla pelle eburnea che lascia in giro fazzoletti, un cattivo ma umano ma però proprio perfido, il tutto ambientato in un'isola davanti all'Asia Minore. Otello? Certo, ma anche il primo tempo del quartetto, con il tema del sospetto (il Fazzoletto!!!) inculcato dal perfido Jago (proprio all'inizio lo fa il secondo violino), delle buone dosi di battaglia, come quella, stavolta, che muove il bosco di Duncan, una Desdemona che più pura di così non si può proprio immaginarla. E lasciatevelo raccontare senza attori né cantanti ciccione né grancasse, ma tenete le orecchie ben aperte, perché Lui da raccontare ne ha sempre tantissimo.
Nel Secondo Tempo l'eleganza è ancora più marcata, quasi un dandy a passeggio, con questa strana alternanza fra maggiore e minore, con questi gesti plateali, i fa maggiore che si ricompongono come un fazzoletto che lanciato per aria ricade con tanta maggior grazia quanto migliore è la qualità della sua seta, e questi sussurri fatti di cristallo purissimo. C'è anche qui l'impeto guerriero (insomma, si doveva pura fare l'Italia, e non bastavano certo le buone maniere), poi ancora un attimo di tenerezza infinita prima di una scala che con lombarda determinazione punta alla corda tesa della viola, e alla ripresa. Ascolta ora che siamo alla fine con quanta delicatezza Verdi tiene in mano per l'ultima volta il tema - quasi un gesto materno per una creatura che non c'è più - prima della conclusiva, ferma carezza paterna. Con sentimento, ma senza sentimentalismi, insomma.
Il Terzo Tempo è degno della iconografia classica verdiana, quella del Rigoletto, della Traviata: mi sembra di sentire la voce di Toscanini in quella registrazione dove inveisce contro il muro al di là del quale c'è la perfezione. Quella voce sono le terribili note del passo all'unisono. Né manca il tenore con la sua cabaletta nel trio centrale del movimento.
Quarto Tempo. Si dice che Verdi scrivesse una fuga al giorno per mantenersi in forma, e dunque non gli dev'esser venuto difficile, "nelle lunghe ore d'ozio" fra una prova e l'altra di Aida a Napoli nel 1873, di scrivere quest'ultimo Tempo. Non so quale critico musicale diceva, con un'espressione la cui fulminante chiarezza è solo paragonabile alla sua mondana volgarità, che "le critiche non si scrivono, si pisciano!". Ci sta precisa a questa Fuga, non mi posso immaginare una scrittura più diretta, immediata ed urgente di quella dell'ultimo tempo, col suo tema tortuoso che si inerpica nella sua stessa iberbole. Vogliamo finalmente dire qualcosa di più tecnico? No.
E potrete capire la mia emozione quando mi capitò di vedere (ma non lo dite a nessuno, perché era di straforo) il manoscritto del Quartetto, con le sue abbreviazioni e le poche cancellature fatte non colla gomma ma con la matita, quasi non si avesse da perdere tempo con cose del genere. Ed eccoti che viene fuori il capolavoro.